Il viaggio di Roberto De Meo in Scozia prosegue. Questa volta è nelle Highlands e ci rivela che il villaggio che, in gaelico, si chiama ‘il naso della colline delle fate’ appare sulle mappe come Strontìan, Stronzio. Qui venne ‘scoperto’, in una miniera di piombo il 38esimo elemento chimico

Testo e foto di Roberto De Meo

Il faro di Ardnamurchan, progetto dello zio di Robert Luis Stevenson

Stronzio: il nome ci ricorda subito le risate sommesse durante l’ora di chimica… Niente da ridere, invece, perché questo elemento prende il nome dal piccolo villaggio di Strontìan, nelle Highlands scozzesi. Qui fu isolato per la prima volta, durante il Settecento, all’interno delle miniere di piombo.

In gaelico il nome del villaggio è  molto più poetico , Sròn an t-Sìthein,  si traduce “naso della collina delle fate” e significa che qui un tempo vivevano gli elfi, gli gnomi e le fate della mitologia celtica.

Che si può fare a Strontìan? Niente, e questo è il suo bello.

Il paese è la porta di ingresso della penisola di Ardnamurchan e una stradina a una sola corsia la percorre per circa sessanta chilometri attraverso boschi di querce e brughiere di erica. La nostra meta è l’estremità più occidentale della terraferma britannica, dove sorge l’Ardnamurchan Lighthouse, un faro progettato nel 1849 dall’ingegnere Alan Stevenson, zio dello scrittore.

Il paesaggio vale davvero il viaggio.

Al rientro abbiamo trascorso la serata cenando in un posto apparentemente senza pretese, l’Ariundle Centre, specie di ostello nascosto in un bosco di Strontìan. Qui un’insospettabile anziana signora, di straordinaria energia e sagacia, manda avanti la cucina di un ristorante dove abbiamo mangiato la migliore cucina tradizionale scozzese, fatta con ingredienti freschi e locali, a prezzi davvero accessibili. Imperdibile il piatto di haggis in crema di whisky…

(Mi intrometto nella cartolina di Roberto: l’haggis, dice wikipedia, è il piatto nazionale scozzese. Uno insaccato speciale – e truce – dove vengono mischiati cuore, fegato e polmoni di pecora (o agnello o vitello), tritati finemente, mescolati con farina d’avena, cipolle tritate, grasso di rognone, spezie (come noce moscata, pepe di Cayenna, ecc.), sale e brodo di carne o vegetale. Ci proviamo anche in Basilicata e Puglia: si chiamano, gnummareddi… as)