di Marco Turini
Reza, l’artigiano dei tappeti, mi apre una porta sul suo mondo, un piccolo laboratorio all’angolo con via Boccaccio, nel quartiere delle Cure a Firenze. Reza vive in Italia dall’agosto del 1979.
Una notte di 45 anni fa, all’aeroporto di Teheran, la sua vita cambiò per sempre. Era diretto a New Delhi per studiare medicina, ma il racconto sull’Italia di un’altra passeggera gli fece cambiare idea. Cambiò il biglietto e invece di andare verso il sud dell’Asia salì su un Boeing verso l’Europa, per poi trasferirsi a Siena e iscriversi alla facoltà di Medicina. In seguito, per qualche ragione, anche di natura economica, dovette interrompere gli studi e reinventarsi un futuro.
Oggi Reza ripara i tappeti che vengono dalla sua terra d’origine, è diventato negli anni un esperto con commissioni anche dagli Stati Uniti. “Non ci si può opporre al destino” mi dice Reza con tono grave mentre intreccia pazientemente i fili di seta di un antico tappeto. “Reza” in persiano significa contentezza, soddisfazione. Nei suoi occhi scuri, che sembrano ancora più piccoli dietro i suoi occhiali spessi, potrei leggere infinite sfumature di sentimenti. Nostalgia, passione e anche qualche segno di rimorso.
Cosa sarebbe successo se non avesse cambiato aereo quel giorno? Nessuno lo sa. Le nostre vite sono come dei tappeti che prendono forma grazie a tanti minuscoli fili, come quelli che passano dalle mani nodose dell’uomo. Bisogna solo capire se siamo noi a tesserne il corso o se ripercorriamo un disegno precostituito, di cui seguiamo le linee invisibili.


