Vedere e conservare le loro foto, conoscere i loro nomi, le loro storie, i loro sogni spezzati.

C’è un breve video disperso nel web. Mostra l’abilità e il talento di un giovanissimo calciatore. C’è una sua foto in posa. Da calciatore, da album ufficiale. Così ci apparivano i giocatori sulle figurine Panini: le braccia conserte e, a volte, un sorriso orgoglioso. Quello di Mohammed è allegro.

Ecco, Mohammed Ramez al-Sultan aveva 14 anni e giocava al calcio nell’Al-Hilal Sports Club di Gaza. L’aria spavalda, viene voglia di allenarlo e di vederlo giocare. Giocava con il numero 10: Baggio, Maradona…a Gaza i numeri sulle maglie contavano ancora.

Non sarà più possibile. Non avrà più nemmeno una famiglia a tifare per lui. Sono morti tutti, quindici persone, genitori, fratelli, sorelle, cugini. Mohammed non giocherà mai più. Ucciso con la sua famiglia dalle bombe di Israele. Il 13 settembre. A Gaza. Ora scrivono che era molto bravo e quel video lo conferma. E questo non c’entra nulla, nessuno ha diritto di uccidere un ragazzo, non importa come giochi al calcio.

Il suo allenatore, raccontano, non si dà pace: ‘Gli avevo promesso che sarebbe diventato un grande calciatore’.  Ha importanza questo? Mohammed non potrà nemmeno diventare un uomo normale. Altri quattordicenni rimarranno senza volto, né nome, lui no, perché era bravo al calcio e ha diritto a un breve articolo sui giornali. Può ‘rappresentare’ i suoi coetanei che Israele sta sterminando.

Jibril Rajoub, presidente della Palestinian Football Association, alla fine di agosto, ha scritto che in due anni sono stati uccisi 355 giocatori.  Tutti hanno diritto alla loro storia. Non ci sono sufficienti stadi da rinominare per ricordare ognuno di loro. Uno stadio italiano può ricordare, per sempre, Mohammed Ramez al-Sultan.