Testo e foto di Enrico Guala

Nel 1968 John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr, accompagnati dalle rispettive mogli e fidanzate, si recarono a Rishikesh, una città dell’India settentrionale situata nello Stato dell’Uttarakhand. Qui intrapresero un corso avanzato di meditazione trascendentale presso l’ashram del loro guru, Maharishi Mahesh Yogi. L’ashram, noto anche come Maharishi Mahesh Yogi Ashram o, oggi più semplicemente, come Beatles Ashram, si trova su un’altura che domina il fiume Gange, con una vista mozzafiato sulle montagne dell’Himalaya. Fu costruito per ospitare gli studenti di meditazione e si sviluppa su un’area molto vasta. In quel periodo, la band era al culmine del successo, ma era anche alla ricerca di pace interiore dopo la morte del loro manager, Brian Epstein. Il loro interesse per la spiritualità orientale era già noto e questo soggiorno in India rappresentò l’apice di quel percorso. I Beatles trascorsero circa due mesi a Rishikesh e questo periodo di ritiro spirituale ebbe un impatto significativo sulla loro creatività. Le canzoni composte durante il loro soggiorno furono poi incluse nel loro celebre album “The Beatles”, meglio conosciuto come il “White Album”.

L’ashram, noto localmente come “Chaurasi Kutia” (che significa “84 capanne”), era stato fondato da Maharishi Mahesh Yogi nel 1961, in un’area di circa 14 acri sopra una collina che domina il Gange, ed era divenuto il centro principale per l’insegnamento della sua tecnica di meditazione trascendentale. Le strutture dell’ashram, pur nella loro semplicità, erano confortevoli e dotate di servizi essenziali, offrendo un ambiente tranquillo e isolato, lontano dalla frenesia della fama. Il soggiorno dei Beatles nel 1968 portò l’ashram alla ribalta internazionale, ma dopo pochi anni il suo periodo d’oro si concluse. Negli anni Settanta Maharishi Mahesh Yogi smise di usarlo e il contratto di affitto con il governo indiano non fu rinnovato. Con la scadenza del contratto nel 1981, il terreno fu rivendicato dalle autorità e l’ashram fu lasciato in abbandono per quasi due decenni. Per anni l’ex ashram rimase un luogo misterioso e segreto. Fu in questo periodo che la magia del luogo si trasformò: le pareti fatiscenti divennero una tela a cielo aperto per artisti e viaggiatori, che lasciarono graffiti colorati e omaggi ai Fab Four, rendendolo una sorta di galleria d’arte spontanea. Solo nel 2015 le autorità forestali hanno riaperto ufficialmente il sito ai visitatori, riconoscendone il valore storico e culturale.

Sono arrivato all’ashram una mattina dello scorso settembre e lì ho iniziato il mio percorso insieme ad alcuni amici. La prima cosa che ho percepito è stata la forza della natura: la foresta si è impossessata di ogni cosa. Le mura e gli edifici, un tempo curati, ora sono avvolti da alberi e rampicanti. Le radici si insinuano nelle crepe e la vegetazione lussureggiante ha trasformato i sentieri in un labirinto verde. Nel mentre che mi addentravo nel luogo, percepivo che questo non era affatto deserto. Le rovine hanno nuovi abitanti: le scimmie, onnipresenti, che si muovono con una disinvoltura incredibile. Sono loro le vere padrone di casa, come un tempo lo erano le persone. Le ho viste arrampicarsi sui tetti crollati, saltare da un albero all’altro e osservarmi con curiosità. Ho notato in particolare i macachi Rhesus, che si avvicinavano cautamente, e i langur dalla faccia scura e dalla lunga coda che si muovevano elegantemente sui rami più alti. La loro presenza è un promemoria costante che, anche in un luogo abbandonato dall’uomo, la vita continua e prospera. È stato un momento toccante: dove una volta c’erano persone in cerca di pace interiore, oggi ci sono esseri viventi che vivono in perfetta armonia con l’ambiente circostante. Non c’è più il rumore della meditazione, ma solo i versi delle scimmie e il fruscio delle foglie.

Mentre camminavo per l’ashram non stavo cercando solo i luoghi, ma le storie che quei luoghi nascondevano. Ero un cercatore di tracce, un pellegrino del tempo. Il silenzio rotto solo dai versi lontani delle scimmie e dal fruscio delle foglie mi faceva sentire come un intruso in un mondo che aveva ormai trovato un suo nuovo equilibrio. Mi sono imbattuto in resti che parlavano. Il salone principale, un tempo cuore pulsante dell’ashram, era ora una vasta rovina a cielo aperto. Poi ho trovato le iconiche “84 capanne”, quelle celle di meditazione che sembrano uova giganti nate dalla terra. Ognuna era un guscio vuoto, una promessa non mantenuta, eppure la loro forma perfetta le rendeva un soggetto potente per la mia macchina fotografica. Infine, sono arrivato a quello che per me è stato il punto più toccante: il salone trasformato in un’incredibile galleria a cielo aperto. Le pareti, un tempo spoglie, erano ora un’esplosione di colori, di visi e di simboli. Non erano gli affreschi originali, ma un omaggio, un dialogo attraverso gli anni. Volti di John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr, dipinti con uno stile quasi visionario, mi guardavano da ogni angolo. Non era vandalismo, ma un atto d’amore, un modo per impedire che il ricordo svanisse.

L’ashram non è solo una meta turistica, è un luogo di riflessione. Preparatevi a camminare e a esplorare, ma soprattutto a sentire le storie che ogni muro e ogni albero hanno da raccontare. Un luogo che, come ho scoperto, continua a ispirare e a far sognare.

Per chi volesse visitare l’ashram: informazioni utili

Per chi volesse immergersi in questo luogo magico e vivere un’esperienza simile alla mia, ecco alcune informazioni pratiche.

L’ashram, noto ufficialmente come Chaurasi Kutia, si trova a Rishikesh, nello stato indiano dell’Uttarakhand. La sua posizione è suggestiva: sulla riva orientale del fiume Gange, all’interno del Rajaji Tiger Reserve, immerso nella foresta e ai piedi dell’Himalaya. Non esiste un sito ufficiale dell’ashram, essendo gestito dal dipartimento forestale, le informazioni si trovano spesso all’interno dei siti dedicati al Rajaji Tiger Reserve. L’ashram è generalmente aperto ogni giorno dall’alba al tramonto (indicativamente dalle 6:00 alle 18:00). L’ingresso è a pagamento e per i turisti stranieri il costo si aggira attorno alle 600 rupie indiane, mentre per i visitatori locali è di 150 rupie. Il momento migliore per visitare il luogo è la mattina presto o il tardo pomeriggio: il sole è meno forte e la luce è perfetta per le fotografie, oltre a rendere più piacevole la passeggiata. La presenza delle scimmie è costante, quindi è bene prestare attenzione.


Enrico Guala è viaggiatore, fotografo e appassionato di cultura asiatica. Da anni esplora e racconta il mondo attraverso immagini e parole, con una particolare attenzione a Ladakh, Zanskar e Kashmir. Nei suoi reportage unisce viaggio, incontri e culture locali, cercando storie capaci di restituire l’identità dei luoghi attraversati. Sul suo sito, www.enricoguala.it, condivide racconti di viaggio, fotografie, recensioni e consigli per chi ama esplorare il mondo con curiosità e consapevolezza.