Era conosciuto come ‘Das Grosse Ohr’. Una collina artificiale nel territorio della città più celebre della Germania Ovest. Costruita con le macerie delle seconda guerra mondiale. Ventidue anni per liberare Berlino dalle rovine delle bombe (pensate a Gaza). Questa piccola montagna divenne centro di spioniaggio degli Stati Uniti e degli inglesi. Nel 1992 quel mondo era finito. E oggi? Cosa ne è della ‘montagna del diavolo’.
Testo e foto di Lorenza Pampaloni

Una collina artificiale, fatta di macerie, quelle delle bombe sganciate su Berlino nella seconda guerra mondiale, poi negli anni della guerra fredda la principale base di intercettazioni e spionaggio americano e inglese rispetto ai paesi del patto di Varsavia – la chiamavano “il grande orecchio” – che restò attiva con le sue cinque grandi cupole-radar fino alla caduta del muro. In seguito, grazie al rimboschimento avvenuto negli anni, luogo di svago per i berlinesi, su cui degli investitori tedeschi intendevano costruire resort e appartamenti di lusso, provocando proteste e barricate tra gli abitanti. A un certo punto anche David Lynch, il regista americano, progettò di farne insieme a un guru amico un grande centro di meditazione trascendentale. Ma neanche questo progetto andò in porto
Ecco questa è la storia del Teufelsberg, la ‘montagna del diavolo’ che sorge in mezzo alla grande superficie boscata del Grunewald e che oggi è diventata la più grande galleria all’aperto di street art e writing, ambita da tutti gli artisti e graffitari del mondo, con le migliaia di metri quadrati di superfici interne ed esterne. Da qui si gode un panorama eccezionale a 360 gradi su Berlino, le sue foreste, la Sprea, i tanti laghi, l’Olympiastadion, la torre della televisione di Alexanderplatz e l’Humboldt forum.
Nei miei anni berlinesi non ne avevo sentito parlare – erano gli anni settanta, dunque nel pieno dell’attività spionistica per cui trapelava il meno possibile. Ma anche le mie amiche storiche rimaste a vivere in Germania non ne sapevano molto, a parte una che in quella zona andavano a cercare funghi, che nel sottobosco della collina crescono in grande quantità.

Così decidiamo che è tempo di andare a camminare al Teufelsberg. Il tempo non è bellissimo, ma dopo l’usuale prolungata colazione tedesca mettiamo un ombrello nello zaino e andiamo a prendere la S-bahn, il servizio di treni urbani di superficie un tempo gestito dalla DDR. La fermata consigliata dalla guida è Heerstrasse. Poi con una mezz’ora di cammino – non ho il contapassi – arriviamo in cima alla collina. Dislivello120 metri. Biglietteria. Per accedere al sito, che dal 2018 è stato messo sotto tutela, si paga un ingresso – 12 euro.
Ed eccoci catapultati nel vortice della storia tedesca e europea. Qui doveva sorgere, nei piani di Hitler, una università tecnica per la difesa, dove gli ingegneri del Terzo Reich dovevano sviluppare nuove armi per la guerra in corso, ma si arrivò solo alla struttura grezza con quattro grandi torri sugli angoli, che fu poi rasa al suolo dagli alleati. Così il progetto faraonico dei nazisti – avrebbe dovuto durare mille anni – costituì la base, le fondamenta, per la “montagna del diavolo” in mezzo al bosco di Grunewald.

Teufelsberg è il risultato del deposito di un terzo circa delle macerie della città. Le scaricarono a partire dal 1950 in un via vai continuo più di 700 camion al giorno con un carico di 7.000 tonnellate per un totale complessivo di 26 milioni di metri cubi. E questa non fu la sola collina artificiale costruita con le macerie a Berlino ovest, somma dei settori americano, inglese e francese, per smaltire le migliaia e migliaia di edifici distrutti. Problema che invece Berlino est, settore sovietico, non aveva disponendo di un hinterland dove disperdere i detriti. La collina, la più alta di Berlino, fu poi ricoperta di alberi (qualche numero: 480.000 alberi e 40.000 cespugli). Doveva diventare un luogo di svago per gli abitanti, per passeggiate nella bella stagione e sciate e discese in slittino negli inverni che allora erano lunghi e freddi. Ma ‘la montagna del diavolo’ divenne invece un luogo nevralgico negli anni della guerra fredda.
La storia di questo capitolo speciale di un ventennio, dal 1972 al 1992, ce la racconta Sven Hobbiesiefken, fotografo e guida del Teufelsberg, che integra passato e presente in una visita di quasi due ore. La Field Station Berlin, centro di spionaggio americano e in misura minore inglese (i primi controllavano le comunicazioni di terra, gli inglesi quelle dell’etere) vedeva alternarsi in tre rigidi turni di ascolto e monitoraggio delle comunicazioni nei paesi del Patto di Varsavia ben mille e duecento addetti americani e circa trecento cinquanta inglesi che ogni giorno salivano su per la collina in bus e macchine, sfidando spesso gli attacchi dei cinghiali che popolavano il bosco. Con le antenne paraboliche nascoste dentro le grandi cupole bianche e con gli altri strumenti di intercettazione – a Berlino c’è ancora la ditta specializzata in questo tipo di strumenti – gli americani raccoglievano dati e informazioni per la famosa NSA, National security agency, che su richiesta li girava ma in maniera molto crittata al BND, i servizi segreti tedeschi.

La visita guidata parte da un locale senza finestre – tutti gli edifici erano del sito ne erano privi, con grossi problemi anche neurologici per chi ci lavorava – dove sono ancora sistemati i grossi apparecchi per distruggere le trascrizioni. In un locale adiacente queste venivano poi polverizzate e, per una misura di sicurezza ulteriore, venivano inviate in inceneritori e forni lontani. Tutto questo per evitare che il Kgb e la Stasi si impossessassero di queste informazioni. Quando gli archivi della Stasi con la fine della DDR divennero accessibili si vide che gli informatori dell’est avevano documentato tutto nel corso degli anni. Sia per il loro lavoro di spionaggio in loco, magari camuffati da turisti in gita al Grunewald, ma anche per la presenza di doppiogiochisti americani.
“Nel gennaio del 1992 – ci spiega ancora Sven – gli alleati se ne andarono. Nei mesi successivi vennero smontate le strumentazioni tecniche e nell’agosto il terreno con tutti gli edifici venne riconsegnato alla città di Berlino (Direzione centrale delle finanze). Previsione di costi di mantenimento 60.000 marchi tedeschi al mese. Con l’intervento della società per lo sviluppo del territorio, il Senato di Berlino vendette la proprietà alla ditta ‘Gruhl, Shuette e partner’ di Colonia, per la cifra di 5,2 milioni di marchi tedeschi. Il loro progetto prevedeva un complesso residenziale di lusso. Venne concesso dal Senato di Berlino il permesso di costruzione con la condizione che il tutto fosse realizzato entro il 2001. Ma i berlinesi e gli ambientalisti andarono sulle barricate con una serie di proteste, sostenendo di non essere stati informati per tempo del progetto, oltre al fatto che il prezzo d’acquisto era ridicolo (‘l’hanno venduto per un tozzo di pane’ dicevano,) e l’insediamento avrebbe disturbato la quiete del bosco. Così non se ne fece nulla e fallì più tardi anche il progetto di una università per la pace e la meditazione trascendentale di David Lynch, che nel 2010 lo inserì nel film “David wants to fly”. Dopo anni di abbandono – e di atti vandalici dato che il sito era rimasto incustodito – dal 2011 il sito è stato affidato a un affittuario che gestisce l’area e organizza visite guidate.

Non sono mancate negli anni iniziative fantasiose. Su uno dei pendii della collina era stato costruito uno skilift e nel 1986 si svolse persino una gara olimpica di sci. L’Olympiastadion dove si svolsero le Olimpiadi del 1936, riprese dalla regista Leni Riefenstahl, è a poca distanza da qui. Qualche anno prima era stato impiantato anche un vigneto, con vendemmie festeggiate da reginette del vino immortalate in foto con calici e corone, ma la qualità non era il massimo e così la produzione delle “gocce del Teufelsberg” fu abbandonata.
Oggi l‘ex-grande orecchio con i tanti edifici un tempo occupati dagli americani e, in minor numero, dagli inglesi, sovrastati dalle grandi cupole al cui interno erano sistemate le antenne per le intercettazioni, nascoste da un tessuto cerato bianco impenetrabile ma ora molto lacerato, offre migliaia di metri quadri di superfici interne ed esterne per gli artisti della street art e del writing che, per poter lasciare per un certo periodo di tempo una propria opera su questi muri “storici”, devono fare domanda con tanto di curriculum. E aspettare l’ok dalla commissione giudicatrice che decide anche la durata dell’esposizione. Nell’edificio più grande, sovrastato da una torre imponente che ricorda un po’ un minareto, sono state montate anche delle pareti extra per aumentare la superficie disponibile. Sono opere spesso di grande formato, con soggetti e messaggi diversi, alcuni politici, altri più commerciali, che richiamano quassù frotte di giovani, soprattutto all’ora del tramonto. Peraltro questi locali di cemento dipinto vengono anche affittati per eventi mondani, cene, matrimoni, feste, dove passato e presente si compenetrano contribuendo alla vivacità di Berlino. E la terrazza panoramica, raggiungibile con una scala esterna di quelle in metallo traforato, vale un’arrampicata, anche per chi ha qualche vertigine. Basta non guardare in basso.

Inevitabile una storia di spionaggio. Tra i turnisti americani specializzati nel servizio di ascolto e spionaggio nei locali privi di finestre della Field Station Berlin in cima al Teufelsberg c’era, negli anni 80, il soldato Jim Hall. Lavorando lì aveva accesso a documenti cruciali, come la lista dettagliata dei servizi di spionaggio richiesta dalla NSA e altri documenti supersegreti. Tra il 1982 e il 1988 questo materiale arrivò nelle mani del Kgb e della Stasi, cioè fu venduto ai servizi segreti dell’est. Pare che Jim Hall (ce lo ha raccontato Sven) che giocava a basket nel campo allestito nel sito lo trafugasse nascondendolo nel doppio fondo della sua borsa di cestista, senza che gli addetti alle entrate e uscite dal sito lo controllassero. “Bye bye Jim, see you tomorrow”. Aveva poi anche una cartella con doppio fondo che gli avevano dato i sovietici. In realtà Jim non agiva da solo. Il contatto con la Stasi l’aveva avuto attraverso un meccanico turco, Hussein Yildirim, che lavorava anche lui per gli americani a Berlino. Lo chiamavano ‘il maestro’. E insieme i due procedettero per anni a una consegna fluviale di documenti. Ma a un certo punto, come si legge in un articolo del 2014 dello Spiegel della giornalista Karin Assmann che era riuscita a rintracciare Hall dopo 23 anni di galera, il doppiogiochista fu rimandato negli Stati Uniti, processato come traditore con interrogatori di settimane e condannato a 40 anni di carcere, poi ridotti a 23. Lo aveva tradito un collaboratore della Stasi, che aveva cominciato a collaborare con gli americani. E il meccanico turco? Anche lui fu processato negli Stati Uniti per il suo ruolo di ‘corriere’ e condannato a carcere a vita, ma poi fu perdonato ed estradato in Turchia. Qui, dei 17 anni di carcere che gli erano stati comminati, ha scontato solo un giorno.
