Testo e foto di Roberto De Meo

Il cane mi seguiva attentamente con lo sguardo, i suoi occhi fissi all’altezza dei miei, accucciato sul tetto affossato della vecchia Peugeot, completamente avvolta in un telo per proteggerla da graffi e ammaccature. Protezione assai inutile, ormai l’auto era diventata la cuccia del capobranco, che dalla sua posizione elevata poteva controllare tutti gli spostamenti di chi passava da lì. Intorno alla macchina, tranquillamente addormentati al sole del pomeriggio, gli altri membri del branco, le femmine, i cuccioli e i giovani maschi. Pochi metri più avanti, dopo due o tre macchine, la stessa scena. Un altro cane su un altro tettuccio, un altro branco che riposa sotto gli alberi. Altri occhi mi seguono tranquilli, senza aggressività, senza paura. La presenza di questi branchi in molte strade del Cairo è tranquillamente accettata dai residenti che come possono cercano di salvaguardare le proprie auto.

L’interno della moschea Sayeda Zeinab, il cuore del quartiere

Così è la strada dove abitavo al Cairo, nel centrale quartiere di Sayeda Zeinab: una lunga strada alberata, con la bottega del barbiere Zidan, una scuola tecnica pubblica, qualche piccolo smercio, piena di auto parcheggiate su tutti e due i lati e popolata da cinque o sei branchi di cani randagi, o meglio di cani che vivono liberi. Ora un po’ trascurata e in declino, la strada era nel cuore pulsante dell’Egitto degli anni Venti, e prende il nome da Safiya Zaghloul, una donna straordinaria, moglie di Saad Zaghloul, uno dei padri dell’indipendenza del Paese. La coppia viveva qui vicino e ancora si può visitare la loro casa che fu un po’ il quartier generale clandestino degli indipendentisti egiziani. Tutta questa area, ancora molto popolata e ricca di vita, ruota intorno alla bellissima moschea di Sayeda Zeinab e nella seconda metà dell’Ottocento fu ristrutturata dal Khedivè Ismail seguendo il modello di Parigi: grandi viali con palazzi eleganti che dovevano diventare il centro politico e amministrativo egiziano. Ora, con il progressivo trasferimento dei poteri a New Cairo, la zona è decaduta, ma conserva ancora il fascino di quegli anni e il calore di un luogo vissuto. Qui non arrivano i gruppi turistici, ma gli abitanti sono storicamente abituati agli stranieri, che sono numerosi e in genere o residenti o visitatori che rimangono a lungo.

Il giardino dell’Institut Français d’Égypte

Anche perché proprio qui ci si sono l’IFAO, l’Institut Français d’Archéologie Orientale, con la sua importantissima biblioteca, e il vicino Institut Français d’Égypte, un piacevole luogo di studio e di ritrovo, motore di tante attività culturali per quanti vivono nella zona.

Se poi dalla cima della “mia” strada si attraversa (rischiando ogni volta la vita…) Al Kasr Al AIni, entriamo direttamente in Garden City, dove si trova la scuola che frequentavo. Un quartiere pianificato a tavolino agli inizi del Novecento su modello dei sobborghi residenziali londinesi, tutto costruito con eleganti villette art nouveau, ora un po’ fatiscenti e malandate, ma ancora piene di fascino e bellezza. Qui modernità occidentale e raffinata tradizione egiziana si fondono in un mix straordinario da cui non vorresti più separarti.

Un incrocio a Garden City, palazzine dei primi del secolo tra auto moderne e vecchi carretti

Altri sguardi, tutti puntati addosso a me, sguardi sorpresi, ironici, divertiti. Non capisco bene cosa ci sia da guardare in un vagone della metro, siamo in centro, non sarò certo il primo turista del Cairo… Ci sono donne prevalentemente di mezza età e con il velo, anche se non tutte velate allo stesso modo. Non vedo altri uomini, neppure le ragazze e i ragazzi che di solito stanno appiccicati agli smartphone, oppure le giovani donne che vanno o vengono dal lavoro. Mi incuriosisco a guardare una venditrice di profumi, cosmetici, fazzoletti, bigiotteria, che è appena salita: le donne sono subito interessate, la carrozza diventa un mercatino dove si fanno acquisti. Sembra quasi di non essere più al centro del Cairo, la moderna e vibrante capitale, ma in un quartiere popolare e periferico.

Si libera un posto e finalmente mi siedo tra due donne, una velata con il niqab, l’altra con un semplice hijab. Avviene un certo tumulto, loro si scostano da me ridacchiando e mi viene gentilmente spiegato che sono sul vagone della metropolitana riservato soltanto alle donne. Mi scuso e alla prima fermata cambio alla svelta, seguito da commenti e risatine…

Poi mi informo, sì, è proprio così, alcuni vagoni della metro durante il giorno sono riservati esclusivamente alle donne e si riconoscono da una scritta sulla porta, solo in arabo, che proprio non avevo notato; alla sera dopo le dieci tornano a essere disponibili per uomini e donne insieme, come tutti gli altri vagoni. Sul perché il “servizio” finisca proprio la sera, quando invece potrebbe essere più utile, la risposta è che di sera ci sono molte meno donne fuori casa e quindi non occorre riservare loro interi vagoni…

La moschea di Al Rifa’i

In Egitto non si può incrociare lo sguardo con qualcuno che sta mangiando e subito si viene invitati a sedersi e a restare. Anche se dentro un luogo sacro e venerato come la moschea di Al Rifa’i, dove sono arrivato estenuato da una visita alla Cittadella Salah ad Din.

Ero rimasto un po’ deluso dalla mancanza di spiritualità di quel complesso, votato al turismo dei gruppi, con le sue moschee ormai senza più alcuna spiritualità. Al Rifa’i, invece, è ancora un luogo di culto importante, dove cerco un po’ di fresco e di quiete, anche se alle quattro del pomeriggio ancora non ho pranzato… A quell’ora non c’è la preghiera e la moschea è abbastanza deserta, completamente silenziosa, mette in soggezione per la sua maestosità e sacralità. Ci sono le tombe della famiglia reale egiziana e di alcuni venerati santi sufi tra cui mi muovo con silenzio e discrezione, nella sinistra tenendo le scarpe e con la destra cercando di fare qualche foto. In un angolo un po’ appartato di uno di questi mausolei quasi inciampo in un gruppo di quattro donne e un ragazzino che, comodamente sedute sui morbidi tappeti della moschea, stanno facendo un sontuoso picnic. Sguardo libidinoso, il mio, rivolto a tutto quel bendidio gastronomico, interpretato da loro non so come… Tant’è che a forza di urla (nonostante la sacralità del luogo), di risate e di insistenze mi fanno sedere insieme a loro, e cominciano a rimpinzarmi di manicaretti, tutti assolutamente fatti in casa, e a tempestarmi di domande. Mentre riempiono in continuazione la mia pita con carne di manzo, pollo, falafel, tagine, verdure farcite e anche lasagne al forno, felici perché vedono che non faccio complimenti, ci arrangiamo nella conversazione con i miei rudimenti di arabo e un po’ di inglese. Loro sono di Giza (a Firenze sarebbe come a dire di Scandicci…), quattro amiche, tutte con l’hijab, una madre con la figlia grande, una donna con il ragazzino, un’altra signora, quella che parla meglio l’inglese. Sono lì per passare il giorno di festa insieme tra loro. Incuriosite, vogliono sapere tutto di me, perché sono al Cairo, perché studio l’arabo (domanda che mi fanno molti; risposta: non lo so), quanto rimango, dove abito. Si vede che si divertono, ridono, sono davvero un diversivo nella giornata. Si finisce con il tè e con dei biscottini, squisiti, fatti da una di loro. «Lei non è sposata», mi dicono fra le risate. «Io invece sì», rispondo un po’ sulle mie. «Oh, non importa», e giù a ridere. Capisco che mi prendono giro. «Ma io sono vecchio», mi schermisco. «No, no, va bene, anzi meglio!». I loro sguardi sprizzano allegria e divertimento, ci scambiamo i contatti di Whatsapp. Nel frattempo arriva il custode della moschea che inizia a brontolarmi perché ho appoggiato le scarpe per terra (non bastava essersele tolte…). Le donne lo scacciano a forza di risa e di urlacci, l’uomo si ritira intimorito. Approfitto dell’interruzione per rialzarmi, salutare, ringraziare mille volte e riprendere il mio giro. Anche per loro è il tempo di rientrare.

«One, two, three, four …»

«In Arabic, please!»

«Khamsa, sitta, sab’a, thamaniya …».

Almeno in palestra speravo di esercitare un po’ i miei rudimenti di arabo, ma niente da fare, subito dopo il conteggio delle ripetizioni (fino a venti…), Youssef – il mio personal trainer – riprende a parlare inglese. È un giovane di circa ventiquattro anni, molto attento nel suo lavoro, che lavora nella Town Gym cui mi sono iscritto. La palestra me l’hanno consigliata i ragazzi della pensione dove alloggio, è vicino a casa e non è una struttura per ricchi, ci vanno uomini e donne della zona e un po’ di studenti stranieri. Per questo i prezzi sono bassi e con circa una decina di euro posso permettermi l’ingresso per un mese e il personal trainer tre volte alla settimana. Non è una struttura enorme, piuttosto una grande sala, abbastanza ben tenuta e pulita, con annessi gli spogliatoi e le docce. Ci sono macchine e attrezzi quanto mi bastano per restare in forma e compensare i sensi di colpa per il troppo cibo che sto mangiando in Egitto. La palestra è frequentata contemporaneamente da uomini e donne, non ci sono problemi a scambiarsi le macchine o gli attrezzi. Forse durante il Ramadan vengono fatti orari separati, ma non so se è così dappertutto.

Youssef è fiero del suo inglese, molto preciso negli aspetti tecnici ma un po’ più debole nella conversazione generica, e lo parla più volentieri della fusha, l’arabo classico che viene insegnato a scuola e che nella sua forma modernizzata anch’io sto cercando di imparare. Per quanto ho potuto sperimentare, questo atteggiamento coinvolge un po’ tutte le nuove generazioni del mondo arabo, la lingua su cui puntare per il proprio futuro è l’inglese, che apre le porte del mondo, la fusha accende ricordi di interrogazioni scolastiche a volte finite male…

Youssef parla con sicurezza e autorevolezza quando mi indica gli esercizi da fare, ma il suo sguardo ritorna quello ingenuo e sognatore di un ragazzo della sua età quando iniziamo a parlare del futuro. Si immagina in Europa, a fare il trainer nella palestra di una grande città. Anche lui è abbagliato dalle luci scintillanti dell’Occidente, non si domanda cosa c’è dietro. Questa cosa mi spaventa un po’, sembrava così fiero della sua professionalità, mi viene l’ansia che un giorno possa finire su uno di quei barconi. Cerco di aiutarlo a rendere la cosa un po’ più concreta, gli passo alcuni link di palestre in Paesi di lingua inglese a cui possa scrivere per informarsi quali documenti, diplomi, certificazioni servono per poter lavorare presso di loro. Ma passano le settimane e non fa niente: questo è il suo sogno, deve rimanere così, intatto, in attesa del futuro che verrà. Finisce il mio tempo, devo rientrare in Italia, ci abbracciamo per l’ultimo saluto, un brivido di commozione passa tra noi due.

Seneb, la sposa e i suoi figli, IV dinastia, Museo Egizio del Cairo.

Mi fermo a guardare una coppia di sposi con i loro bambini, un maschietto e una femminuccia. La moglie abbraccia affettuosamente il marito, lei ha un sorriso sereno, lui è più composto, si capisce che deve mantenere un certo contegno. I bambini sono nudi, piccolini, ancora si succhiano il dito.

Sono nel vecchio Museo Egizio, quello in piazza Tahrir, ormai snobbato dalla maggior parte dei turisti che vengono al Cairo per visitare il nuovo, bellissimo, scintillante Grand Egyptian Museum, di fronte alle piramidi di Giza. Invece il vecchio museo ha ancora una sua ragion d’essere, emana un fascino d’altri tempi, con le sue bacheche di legno, alcuni cartellini ancora scritti a macchina in francese, che rimanda ai primi del Novecento quando il museo fu istituito sotto la guida degli archeologi francesi.

E poi ci sono ancora tanti pezzi straordinari, come questo gruppo scultoreo: rimango colpito da questa famiglia, i loro occhi, seppur ormai privi del colore, trasmettono pace e serenità.

Lui si chiama Seneb, era affetto da nanismo, ma nel 2500 a.C. questo evidentemente non era considerato né un handicap né un difetto da deridere. Era sposato con Senet-Ites, un’importante sacerdotessa, e ricopriva dei ruoli di grandissimo rilievo, tra cui quello di responsabile del guardaroba reale. Era ricchissimo, possedeva grandi mandrie di bestiame e uno stuolo di servi. Viene rappresentato a gambe incrociate nella posizione dello scriba e ciò permise anche all’autore del gruppo di bilanciare l’altezza della moglie con quella della marito, mettendo i figli sotto le gambe di quest’ultimo per trasmettere così un senso di armonioso equilibrio di tutta la famiglia.

Gli antichi Egizi sono stati tra i primi a cercare di sconfiggere la morte, con un’escatologia complessa ed elitaria in cui riversarono moltissime energie tecniche ed artistiche, che in qualche modo li hanno resi immortali.

Mi fermo a lungo a davanti a loro, voglio riuscire ad assimilare questa fiducia nel futuro che trasmettono ancora oggi. I due sposi mi guardano, invidio la loro calma, la loro sicurezza, la loro felicità.