Testo e foto di Roberto De Meo
Il cammino che mi porta all’antica Pàtara, la città sulla costa turca che Livio chiamava “caput gentis Lyciae”, affonda nelle radici comuni della nostra civiltà del Mediterraneo: grandi olivi secolari, greggi di capre, boschi di pini e di lecci su scogliere a picco che riverberano il blu del mare.

È un archetipo, da Omero a Lawrence Durrell, formaggio e olive per accogliere i forestieri, un codice binario che si è tramandato nei millenni. All’origine erano i Lici, ma da dove venissero ancora è in discussione.
Secondo Erodoto venivano da Creta, ma probabilmente – un po’ come gli Etruschi – erano un popolo autoctono che sviluppò caratteri propri e particolari grazie ai contatti per mare o per terra con altre civiltà.

Da qui infatti sono passati proprio tutti. Dagli Ittiti ai Persiani, poi i Greci – in particolare la Licia era sotto l’influenza di Atene – poi, dopo Alessandro, tutta la regione fu sottomessa ai Tolomei in un regno che si estendeva fino alla Cirenaica; la conquista romana, unificatrice, lasciò alle città licie un’ampia autonomia e un’organizzazione federale che aveva in Patara il suo centro decisionale; infine il cristianesimo e la decadenza sotto i bizantini, anche se qui nacque Nicola, il santo patrono di Bari e anche la figura all’origine di Santa Klaus, Babbo Natale.
Noi, il nostro mondo di oggi, siamo questo, la nostra identità è questa mescolanza, in barba a tutti i sovranismi identitari.

Patara sorgeva alla foce del fiume Xanthos che si apriva in un grande porto, crocevia di genti e commerci, ragione della sua importanza e ricchezza. Oggi il porto è insabbiato, ne rimane a testimonianza il grande faro, alto 26 metri, dedicato a Nerone, da poco ricostruito dopo un lungo restauro.

L’ingresso in città è segnato da una porta a tre archi, dove incontriamo una squadra di archeologi turchi impegnata, anche qui, in un lavoro di scavo e restauro. Raccontano che il livello del suolo si è innalzato nel corso dei secoli, per cui per le loro ricerche impiegano il georadar prima di iniziare a scavare.

Entro in città e mi fermo a contemplare un palmeto, che cresce intorno a un piccolo specchio d’acqua: già citato nelle fonti antiche, era collegato al tempio dell’oracolo di Apollo, la cui importanza e affidabilità era considerata seconda solo a quello di Delfi. Purtroppo gli archeologi ancora non sono riusciti a individuare il luogo esatto dove si trovasse il santuario, ma quelle palme testimoniano ancora la presenza del dio. È emozionante trovarsi qui, pensando a quanti sono venuti prima di me, carichi di speranze e attese per il responso che avrebbero ricevuto.

Ma è l’edificio del Bouleterion, contenente una grande sala (un tempo) coperta semicircolare dove si riuniva l’assemblea della Lega Licia, che con la sua imponenza dà conto dell’importante passato di Patara. Qui infatti si riunivano per deliberare i rappresentanti di tutte le città della Lega, e ciascuna aveva a disposizione un numero di voti diversi a seconda del suo peso economico, sociale, demografico e contributivo.

Un sistema rappresentativo molto avanzato, che colpì l’attenzione anche di Montesquieu, nel suo “Lo Spirito delle Leggi” (1748), e che per tramite del filosofo francese viene citato nei documenti preparatori la costituzione federale degli Stati Uniti. Patara aveva tre voti, come le altre città di primaria importanza.

I monumenti principali sono tutti di epoca romana, come il grande teatro, anche se non mancano le tombe a sarcofago a forma di casa, tipiche della civiltà licia e ancor oggi visibili in tutta la regione.

Durante il cammino costiero che percorre la regione è possibile incontrare nei luoghi più impensati queste antiche costruzioni, che ricordano il passato più antico di un popolo capace di assimilarsi con molte altre civiltà ma che ha saputo conservare anche i propri caratteri originali.

È proprio questo il messaggio che ci arriva all’antica Licia, un esempio per affrontare le sfide del nostro tempo.

