Testo di Stefano Spadoni

Foto da wikimedia commons. Credit: Andreas Kontokanis

Attenzione, pausa. Stasera niente partita. Riposo. Possiamo smaltire i pensieri, dormire senza senza colpa o senza maledire Dazn. E cercare di dimenticare la sensazione che questa volta, più di altre volte, ci sia qualche cosa che non va fra tecnologie invasive e stupide e intrusioni imperialiste. Godiamoci il nostro Stefano Spadoni che ci riporta al calcio e ai numeri sulle maglie. Un po’ di respiro, un po’ di pace. Lasciateci i nostri sogni. Non potete capire se non sentite un brivido quando ascoltavi un telecronista compitare: Zoff Gentile Cabrini...

Giorno di riposo.

Il calcio dà i numeri, di maglia. Oramai molti anni fa i ruoli in campo e nei cortili avevano un’importanza fondamentale: di solito il più scarso con i piedi andava in porta, il fighetto si autoproclamava regista, il bullo terzino, giocava con la cicca in bocca e ad ogni contrasto ti faceva male, il più anziano faceva il libero, correva poco ma dava tanti ordini. I numeri sulle magliette erano ben definiti, mica come adesso che uno si può mettere il 40, un altro il 76 e possono giocare in difesa o a centrocampo o in panchina.

Snocciolare i giocatori titolari era una vera e propria litania. Senza un particolare sforzo mnemonico posso recitare, a comando, la formazione del Bologna vincitore dello scudetto del 1966, o della Fiorentina biscudettata, o della nazionale inglese campione del mondo nel 1966, o del mitico Brasile del 1958. Le più facili? Sarti Burgnich Facchetti, Zoff Gentile Cabrini, Gilmar Djalma Santos Nilton Santos. Qualcuno sussurra che durante i campionati del mondo, in seminario, i novizi sgranavano il rosario dicendo le formazioni (Maier Vogts Breitner…).

Penso che il numero della maglia possa rappresentare la personalità di chi la indossa: non ho fatto nessun studio in proposito, mi fido delle mie impressioni.  Quindi il numero 1 è il mattocchio del gruppo, sbruffone e sempre pronto allo scherzo come il colombiano Higuita; il numero 2 è un natural born killer, o palla o gamba, il tedesco Berti Vogts; il numero 3 di solito è il bello, Facchetti, Cabrini; il numero 4 un mastino che si attacca alla maglia e ai calzettoni del regista avversario per tutta la partita, come l’inglese Nobby Stiles o Beppe Furino; il numero 5 un ruvido magari anche non molto istruito  la cui frase preferita rivolta al centravanti avversario era: “ti dico solo due parole, a tento”; il numero 6 un fighetto grintoso però bello da vedere, palla al piede. E qui un’icona, Franz Beckenbauer che gioca con naturalezza e classe persino con il braccio al collo durante Italia Germania 4 a 3; il numero 7 è uno che pensa per sé, dribbla sempre in avanti e indietro, instancabile. Ah, Bruno Conti quanto ci manchi! Il numero 8 è il fulcro del centrocampo, una via di mezzo tra il 4 e il 10, indispensabile come Marco Tardelli o Johan Neeskens; il numero 9 è il bomber, il sacerdote e re dell’area di rigore, implacabile come Gerd Muller o Gabriel Batistuta; il 10 è il numero più ambito, indossato dai più grandi calciatori, Pelè Zico Maradona Overath Baggio; il numero 11 prima che diventasse il secondo centravanti era un atipico, giocava largo a sinistra, diceva che aiutava i centrocampisti, ma senza dannarsi, il prototipo era Mariolino Corso; il numero 12 il portiere di riserva, il più triste, non giocava mai. Vinceva gli scudetti ma nella foto della squadra non c’era mai, era già in panchina. E poi scese in campo il Profeta del gol, Johann Cruyff. Non bastano cinque episodi di Pensieri Mondiali per parlare di lui, per cui mi limito a dire che adesso una delle maglie più ambite da indossare è la sua, la numero 14. 

Bene, oggi riposa il campionato, un momento di pausa, dopo aver scritto sui numeri delle maglie, posso cantare  I started a joke..