A Berlino c’è una collina. Si chiama Teufelsberg, ‘il monte del diavolo’. Ha cominciato a nascere nel 1950 e ha raggiunto la sua massima altezza, 120 metri, oltre venti anni dopo, nel 1972. Ventidue anni per smaltire i 26 milioni di metri cubi delle macerie che la seconda guerra mondiale aveva lasciato dietro a sé.

La collina, negli anni ’50, venne piantumata di verde, crebbero alberi, quasi un milione dicono le guide turistiche, e una folta vegetazione. Nei primi tempi, fu aperta anche una pista da sci. Ma poi inglesi e nordamericani, in fondo forza di occupazione in Germania, decisero di usare questa altura per costruirvi una base radar. La più importante base dello spionaggio occidentale verso la Germania Est. Rimase funzionante fino al 1992. Il comune di Berlino la vendette e qualcuno cercò di trasformarla in una zona residenziale. Mi dicono che i progetti non sono andati a buon fine. Oggi Teufelsberg è la gita fuori porta dei berlinesi.

Rileggo: ventidue anni per smaltire 26 milioni di metri cubi di macerie lasciate dalla seconda guerra mondiale.

La spiaggia di Gaza, Foto Isabella Balena, 2006
Gaza, 2009 (foto wikimedia commons, Unwra, Photo by Shareef Sarhan)
Da wikimedia commons (Jaber Jehad Badwan)
La spiaggia di Gaza, 2006, foto di Isabella Balena

Lo United Nations Satellite Centre (Unosat) ha calcolato, da analisi satellitari, che a Gaza vi siano 42 milioni di tonnellate di detriti. Faccio fare il calcolo dall’intelligenza artificiale: sono 21 milioni di metri quadri di macerie. Il dato è di ottobre dello scorso anno: allora, dissero gli analisti di Unosat, il 66% degli edifici di Gaza erano distrutti o gravemente danneggiati. Oggi i calcoli delle devastazioni sono aggiornati: il 79% della Striscia, l’aerea con la densità di abitanti più alta al mondo, non esiste più. A ottobre erano stati distrutti 291.965 edifici. Fra queste rovine si trovano amianto, sostanze nocive, bombe inesplose e i corpi di almeno diecimila palestinesi sepolti dalle macerie.

Le Nazioni Unite sono ottimiste: 14 anni per rimuovere quanto è stato distrutto nelle guerre di Gaza.

C’è una foto che mi commuove. Mostra una ragazza di venti anni, bella come un germoglio, che indossa due guantoni da box e si allena con tenacia sulla spiaggia di Gaza. Si chiamava Malek Musleh e aveva un volto dolcissimo. Tirava di box, bene a quanto dicono i suoi allenatori, e sognava di poter partecipare a incontri internazionali.

Malak (da Women for Palestine)
Wikimedia commons (foto Jaber Jehad Badwan) 

Malak è una delle vittime del bombardamento israeliano del caffè Al-Baqa, il caffè della ‘Valle aperta’ (in realtà è il nome di un villaggio palestinese a est di Hebron). Il bar-caffè si trovava sulla spiaggia di Nord Gaza ed era uno dei luoghi amati dai giovani palestinesi. Un locale per famiglie, uno dei pochi luoghi dove, a strappi, internet funzionava ancora, e per questo frequentato da giornalisti, artisti, studenti. Da oltre vent’anni era un luogo di ‘normalità’ a Gaza. Per venti mesi, gli israeliani avevano risparmiato l’al-Baqa Cafè. Questo miracolo di sopravvivenza è stato cancellato all’ora di pranzo del 30 giugno: un aereo vi ha sganciato sopra una bomba da 230 chili, nell’ora di maggior afflusso di persone. Fra di loro Malak, la giovane pugile. Non indosserà più i suoi guantoni.

Trovo intollerabile che le vittime di questo genocidio rimangano senza nome. Io voglio conoscerle, una per una, voglio sapere i loro nomi, i loro sogni, la loro vita. Credo che conteggiare 60mila morti lasci, oramai, indifferente la maggior parte di noi. Come posso immaginare 60mila morti, è una cifra irreale che mi raggiunge mentre sto cenando con amici. Ma il volto di Malak mi commuove. Fare la pugile a Gaza, lo avreste mai creduto possibile?

Assieme a Malak sono morte altre decine di persone. I conti non tornano mai. Forse quaranta uomini, donne, bambini. Che erano al bar o nelle immediate vicinanze: quella bomba viene utilizzata da chi vuole fare il maggior numero di vittime, sparpaglia le sue schegge per decine e decine di metri.

Al-Baqa era un bar come mille altri sulle spiagge di una città mediterranea. Aveva la sfortuna di trovarsi a Gaza. Quella bomba ha ucciso ‘la meglio gioventù’: Amneh al-Salmi, 36 anni, artista visuale, ‘bella come Gaza’, usava carbone e metalli per le sue opere. Bravissima, guardate i suoi lavori su Instagram, @francalsalmi. Il suo nome d’arte era Frans. Brivido quando guardi il suo ultimo quadro, è come se avesse previsto la sua morte. I ragazzi di Gaza sanno di poter morire da un’ora all’altra.

L’ultimo quadro di Frans

Quella bomba ha ucciso Ismail abu Hattab, 32 anni, fotografo e videomaker. Era stato già ferito a novembre del 2023. I suoi lavori erano stati esposti, a primavera, in una Tent Galery a Los Angeles. ‘Between the sky and the sea’ racconta la vita quotidiana a Gaza, lo trovate qui: https://www.instagram.com/ismailabuhatab/. Il ritratto del suo account è un disegno di Frans, morta assieme a lui.

Quella bomba ha ucciso Mustafa abu Umeira, 31 anni, esperto calciatore dell’Al-Hilal Club, ‘un uomo che amava i bambini’.

Quella bomba ha ucciso Omar Zeno era un artista digitale, sua moglie ha scritto: ‘Hai lasciato questo mondo, la tua anima gentile sopravvive in me’. Guardate i suoi instagram: https://www.instagram.com/omar.zeno.9047/?hl=it, capirete…

Due settimane dopo, il 16 luglio, a metà mattina, la chiesa della Sacra Famiglia, l’unica chiesa cattolica di Gaza, quartiere di Zeytun, a Nord di Gaza, è stata colpita da un colpo sparato da un carroarmato. ‘Un errore tecnico’, si è affrettato a ‘giustificarsi’ l’esercito israeliano. ‘Non possiamo crederci’, hanno replicato dal Vaticano. Chi ha sparato voleva colpire il tetto la chiesa. Che ospita 541 persone, fuggite dai bombardamenti.

Hanno voluto uccidere il portinaio della chiesa: Saad Issa Kostandi Salameh, 60 anni, e Foumia Issa Latif Ayyad, 82, entrambi cristiani ortodossi della vicina chiesa di San Porfirio, a sua volta colpita dalle bombe di Israele. È stata uccisa anche Najwa abu Daood, una donna di 69 anni, e ferito Suhail abu Dawid, il giornalista che, per L’Osservatore Romano, ogni giorno, manda un diario: ‘Vi scrivo da Gaza’.

Gaza, 2006. Foto di Isabella Balena

L’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled, sostiene che si è trattato di un ‘errore doloroso’. E al contempo spiega che Israele ‘non intende arrecare danno a chiese o altri siti religiosi’.

Secondo l’Ocha, l’agenzia delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, Israele ha distrutto o danneggiato l’80% delle 1254 moschee presenti a Gaza. Sono 814 moschee. Ocha dichiara che raccoglie dati da fonti diverse, vista l’impossibilità di un’indagine diretta: dati satellitari, rapporti del ministero degli Affari Religiosi di Gaza, osservazioni sul campo.

(questo articolo è pubblicato anche sul blog www.andreasemplici.it)